Lo Studio


Il mio studio si trova nel lato sud della stazione di Santa Maria Novella, in uno degli edifici che compongono la cosiddetta “Torre di via Alamanni” tra via Luigi Alamanni appunto e via Jacopo da Diacceto, complesso progettato da Italo Gamberini nel 1957, composto da una torre d’angolo e da due corpi di fabbrica più bassi in uno dei quali si trova appunto il mio studio.

Attraversato un piccolo giardino caratterizzato dalla presenza di un cipresso e di un olivo, elementi costitutivi del paesaggio toscano, e al contempo anche in qualche modo rappresentativi della mia identità, e dopo tre piani di scale che già stemperano i bollori di molti pazienti, si arriva alla porta del mio studio e passando per un piccolo ingresso che funge eventualmente da sala di attesa si accede proprio alla “stanza d’analisi” e di visita.

Sullo scaffale della libreria alla mia destra, nello spazio che rimane tra il dorso di libri ed il bordo esterno dello scaffale, in una improvvisa consapevolezza, mi sono accorto di avere accumulato i miei “attrezzi di lavoro”, senza che ne fossi mai stato cosciente.

Vi si trovano: un vecchio fonendoscopio di mio padre (ed ascoltare “il cuore” credo che faccia parte della specificità della mia professione); una antica bilancia di precisione per cartucce, appartenuta ad un antenato (e le interpretazioni devono essere ben dosate ed a volte è necessario che “colpiscano”…), un fossile reggilibri regalatomi da una persona cara (e la metafora archeologica è sempre lì in attesa); una bussola che mi sono regalato tempo fa e che credo non necessiti di commenti; una lente di ingrandimento, a ricordare sia lo strumento investigativo per antonomasia sia la necessità di visionare bene e in dettaglio tutti gli elementi (e non solo quelli dermatologici: un dermatologo dovrebbe avere sempre una lente di ingrandimento a portata di mano); un frammento di dolomite che nei momenti più duri mi ricorda la “pasta”, spero robusta, di cui dovrei essere fatto e le vacanze.
Infine, un modellino di aereo, regalo di un’amica in occasione di un viaggio intercontinentale, mi salva dai vissuti claustrofobici che il “viaggio” nella stanza talvolta può dare.

Tutte queste cose sono più o meno invisibili al paziente e formano i miei generi di comfort nelle lunghe ore passate al lavoro. Oltre a questi oggetti c’è anche una grossa vecchia lunga chiave di ferro: la vecchia chiave di un locale della casa di campagna dove andavo da bambino, chiave che dava accesso ad un mondo – allora per me – incantato e dove fiorivano le storie dei miei giochi, dagli indiani di Toro Seduto e Cavallo Pazzo ai pirati.

Il resto della stanza è più neutro: libri, scrivania, litografie, lettino d’analisi e lettino medico. Questi oggetti rendono “mio” quello spazio, sono nel “mio posto”, sono le mie radici emotive che mi danno la forza di essere presente e tenere la rotta anche nelle turbolenze. Sono cose che “mi riconoscono” e in cui mi riconosco, che mi identificano ed in cui mi identifico.